Snow – A Christmas Tale

L’atmosfera del Natale non gli aveva mai dato troppi problemi ma quell’anno, chissà perché, sentiva la malinconia montare da lontano.

Era il nuovo ufficio, inutile negarlo. Una promozione sì, ma gli aveva tolto le cose concrete dalle mani, lo aveva portato lontano dalla trattativa, dalla gente, “dalla strada” come amava dire.

E forse fu per questo che, una sera di metà Dicembre, accettò di incontrare, all’improvviso, una sua vecchia conoscenza. Si trattava di un architetto di quelli strani, che si intestardiva da tutta la vita su progetti troppo strani e troppo poco popolari, mai finiti sulle pagine di una rivista o su un blog di successo. Ma nonostante questo, rimaneva uno dei suoi migliori clienti.

Si incontrarono di fronte ad un vecchio edificio che era stato completamente sventrato, rimanevano solo i muri tinti di ocra e gli occhi neri delle finestre. Iniziò a nevicare e la neve portò via tutti i rumori, come sempre fa la neve. Restò solo silenzio.

«Non sarebbe fantastico, se le vostre superfici fossero efficaci quanto la neve nell’eliminare i rumori di fondo?» lo salutò l’architetto con la sua solita ironia.

Da bravo commerciale gli rispose: «Sì, ma dopo la neve sono la cosa migliore!».

«È quello che pensavo anch’io. Per questo siamo qui!».

Tutti quei libri lasciati al freddo dell’inverno.

Come poteva essere? Nascosti nel buio, subito oltre l’alone dei lampioni, scaffali e scaffali di libri, appoggiati contro muri di cemento nudi. Nient’altro.

«Vede» gli disse l’architetto accompagnandolo all’interno, «dobbiamo approfittare al massimo della neve e del silenzio che ci regala. La voce è ormai un sussurro, e il rumore delle automobili… c’è da diventarci sordi. Anche solo il suono dei passi sul marciapiede impedisce di sentire».

L’architetto prese un libro e lo aprì. Alla luce del cellulare sfogliarono le pagine. Più di metà erano bianche.

«Lo sapeva che anche le storie hanno una data di scadenza?» chiese l’architetto con un sorriso triste.

«Quando succede, bisogna farsi raccontare la storia da capo, dall’inizio. Così poi per un po’ è a posto».

«Farsela raccontare da chi?» chiese.

L’architetto indicò un angolo ancora più all’interno dell’edificio svuotato, illuminato dalla luce irreale della neve che filtrava da un vecchio lucernario. Un tappeto consumato e sopra il tappeto due poltrone, una vuota, l’altra occupata da un vecchio con il profilo severo, i capelli bianchi, la testa tenuta alta, come ad annusare l’aria. Gli occhi chiusi.

«È lui che conosce le storie» disse l’architetto, «Conosce tutte le dannate storie. E non possiamo permetterci di perderne nemmeno una, perché per ogni storia persa se ne va un mondo, un destino, un futuro… E la sua voce, purtroppo, è ogni anno più bassa, più debole. Poco più di un sussurro adesso. E non sono solo i rumori di fuori, anche il solo camminare su questi vecchi pavimenti di legno annega la sua voce. Solo quando nevica c’è abbastanza silenzio per riuscire a sentirlo».

«Ora non più» rispose. Con gioia, si accorse che stava già calcolando i metri quadri di quel vecchio rudere. Era quello il suo lavoro. Il suo vero lavoro.

«No, ora non più» rispose l’architetto.

E si strinsero la mano.